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TINTE E COLORI DELLA
TESSITURA
La tintura naturale
dei tessuti risale ad epoche antichissime, quando i popoli primitivi decisero
di decorare con i colori i propri abiti e le coperte necessari a ripararsi
dalle interperie.
Grazie all'ercheologia, sappiamo che gli uomini
vennero a conoscenza dell'uso del colore nella pittura del 25.000 a.C.,
se si fa riferimento ai disegni rinvenuti nelle grotte di Altamira (Spagna)
e Lascaux (Francia).
Ma non si sa con precisione quando le tecniche
pittoriche furono applicate alla tintura dei tessuti: reperti archeologici
dell'epoca neolitica (villaggi di Ledro, in Trentino) ci fanno presupporre,
con una certa approssimazione, che intorno al 3.000 a.C., con il passaggio
dal nomadismo alla vita stanziale, gli uomini cominciarono a tingere il
tessuto.
La natura fu - ed è tuttora - la grande
fornitrice dei materiali da sempre utilizzati per la tintura naturale
della stoffa: piante quali la robbia, il guado e l'uva ursina furono coltivate
dagli antichi proprio a questo scopo.
Ma anche nel regno animale gli uomini seppero
attingere per creare i colori: i fenici coloravano i tessuti con la porpora,
ricavata da un mollusco, il Murex Brandis, mentre gli Indios dell'America
Centrale ricavarono il colore della cocciniglia, un insetto parassita
delle piante di cactus.
La tintura dei tessuti era praticata, presso
tutti i popoli antichi, soprattutto in Medio Oriente, anche se con caratteristiche
diversificate: i veri maestri della tintura furono gli Egizi, che tingevano
il lino con i colori ricavati da diverse piante: l'hennè, il cui
colore veniva utilizzato anche in cosmesi per tingere i capelli; il cartamo,
dal quale si ricavavano il gialloed il rosso, lo zafferano, che dava vita
al giallo, mentre l'azzurro veniva estratto da alcune specie di Indigofera.
I Cinesi tingevano la seta con il cartamo (giallo
e rosso), il mirtillo (blue e lilla), il sommaco (giallo) e l'indaco,
ma anche con altri colori naturali la cui provenienza rimane a tutt'oggi
un affascinante mistero.
I Giapponesi utilizzarono le alghe per le loro
raffinate e tenui tinteggiature.
Gli antichi popoli italici vennero a conoscenza
delle tecniche di tintura mediante i traffici commerciali: così,
i Tarantini divennero esperti nella tintura con la porpora e l'oricello,
un lichene; gli Etruschi utilizzavano la robbia, il pastello, il guado
e lo zafferano.
In Roma, abbandonata la rozza austerità
dei padri fondatori della Repubblica, nel II Secolo a.C. la tintoria era
talmente evoluta, che si contavano diverse corporazioni a seconda delle
sostanze usate per tingere le stoffe: i Crocearii (giallo), i Violarii
(viola), le Officinae Purpurinae (porpora).
I colori usati a Roma erano l'azzurro, ricavato
dalla malva, il giallo, ricavato dalla malva, il giallo, ricavato dalla
reseda, la curcuma e la ginestra, i bruni ed i neri, derivati dal mallo
di noce.
Gli artigiani della tessitura, che ancora oggi
utilizzano colori naturali, sono i figli diretti di queste tradizioni
antiche.
Infatti, anche nella nostra epoca, i colori naturali
sono ricavati prevalentemente da sostanze vegetali: castagno, noce, ortica,
robbia, cipolla,
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