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LAVORO ED EMOZIONI
AL TELAIO
Ho imparato
i primi rudimenti di tessitura su un telaio a due licci circa vent'anni
fa, non avendo ahimè tradizioni in famiglia (solo mio nonno era commerciante
di stoffa.....).
Da allora l'interesse per la tessitura manuale,
cioè quella che potevo comprendere e sperimentare da sola con le
mie mani, si è sempre più accentuata.
Nei primi tempi, dando spazio alla fantasia ed
alla creatività figurativa, realizzai tappeti ed arazzi.
I disegni per realizzare arazzi e tappeti mi
venivano quasi in sogno e cercavo di eseguirli il più possibile
come la mia sfera intuitiva mi aveva dettato.
Questo modo di impostare il lavoro però
comportava una forte carica emotiva iniziale, una certa qual "sofferenza"
nella realizzazione ed infine, una volta scaricate le tensioni precedenti,
concludendo il lavoro, mi ritrovavo ad avere consumato già tutte
le energie e l'oggetto così prodotto non aveva più senso:
era fine a sè stesso a me stessa.
Qualcosa da appendere al muro?
Da guardare?
Da avere paura a calpestare?
Perchè?.....
Inoltre non avevo e non ho tuttora grandi capacità
di eloquio per saper vendere i miei lavori e, tutte le volte che dovevo
spiegare l'origine, il signifato di quel tappeto, facevo uno sforzo immane,
perchè sentivo che forse aveva senso solo per me.....
L'arte è universale?..... Arte.....
Quando invece lavorare telaio era (qui in Italia)
o è (in Africa, Sud America, ecc.....) una prassi abituale, questi
problemi non esistono e quello che conta non è solo l'effetto scenico
del disegno nel tessuto, ma anche il piacere del lavoro paziente, ritmato
nell'attesa laboriosa che, giorno dopo giorno, si costruisca la tela.
Così è iniziata per me una nuova
fase di approccio al lavoro.
Ho cercato di concentrarmi di più sulle
emozioni che provo: nell'ascoltare lo scricchiolio del telaio sotto i
gesti cadenzali e continui e il tonfo del pettine contro la tela fatta;
nel sentire il profumo del filato natirale che scorre, portato dalla navetta,
tra i fili dell'ordito;
e, perchè no, nel provare fastidio per la polvere che si va accumulando
sotto il telaio.
Mi sono resa conto che tutto questo:
lavoro + emozioni + tempo + sentimenti + pensieri banali e non, tutto
ciò va a far parte della storia di quel tessuto.
Assieme al seme piantato nella terra, all'acqua
che ha macerato la pianta dopo la raccolta, al sole che l'ha essiccata,
per arrivare poi alle mani di chi ha filato la fibra e di chi l'ha tessuta
ed infine all'atmosfera della casa che ha accolto il tessuto per usarlo
come tovaglia, asciugamano, centrino, tenda, o altro e da ultimo come
straccio.
Tutto questo ha dato finalmente senso al mio
lavoro, anche se anacronistico.
Così, rientrando nello spirito di chi
ha sempre lavorato appasionatamente, ma senza ricercare fama ed onori,
mi sono dedicata alla ricerca di rimettaggi di tessuti popolari e di filati
naturali come la canapa, che veniva prodotta e filata in Italia fino al
secondo dopoguerra in molte campagne per uso famigliare o poco più.
Lettera di Giulia Zavattoni
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